È uscito il nuovo romanzo di Andrea Molesini, già apprezzato ospite della nostra rassegna in più occasioni.

Il suo è un romanzo di famiglia, di guerra e di amore: il racconto al figlio, fluviale e inarrestabile, di un uomo prossimo alla morte che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale attraversando il secolo.

Momenti cruciali della storia italiana vengono ripercorsi intrecciandosi alla vita del padre dell’autore, Aurelio, nato nel 1907. Con il figlio non ha mai avuto rapporti facili: molti silenzi e molti non detti.

Babbo Rolli, così lo ha sempre chiamato Andrea, si lascia andare ai ricordi proprio nel momento in cui, malato – siamo negli anni Settanta –, sente sopraggiungere la fine.

Libertà e coraggio sono i fili conduttori della sua vita. Al figlio racconta il mare e la guerra, ma soprattutto i venti mesi dell’occupazione nazista, dal settembre 1943 al maggio 1945.

All’indomani dell’8 settembre, Aurelio, progettista del Genio della Marina Militare nei cantieri di Genova, fugge verso Venezia e porta con sé i disegni del nuovo scafo che sta realizzando.

Durante il cammino incontra tedeschi, italiani sbandati, donne, partigiani e repubblichini. Giunto in laguna, viene contattato dai partigiani e consegna loro i disegni della nave L’Aquila.

La narrazione dei fatti del passato, emozionante, a tratti concitata e intensa, si alterna alle visite del figlio in ospedale, alle suore, alle infermiere e alla dottoressa che lo ha in cura; sotto il letto, una valigia piena di vecchi ritagli sostiene il racconto delle vicende.

Nello scorrere delle pagine veniamo a sapere molte cose della vita di Babbo Rolli e anche di Andrea, soprattutto della sua passione letteraria.

I due, nella condivisione della memoria, a poco a poco si riavvicinano, mentre il racconto giunge al suo epilogo insieme alla vita di Rolli.

La scrittura è sempre il valore aggiunto dei romanzi di Molesini: potente, musicale, poetica, aderisce al dettaglio realistico senza rinunciare al vigore della metafora.

Andrea Molesini, indimenticato vincitore del Premio Campiello con Non tutti i bastardi sono di Vienna e autore di molti altri romanzi di successo, è scrittore ed editore; è nato e vive a Venezia.

Ha curato e tradotto opere di poeti americani, tra cui Ezra Pound, Charles Simic e Derek Walcott. Ha scritto anche storie per ragazzi, tradotte in varie lingue.

Di sé racconta:

"Sono nato e cresciuto in un luogo d’acqua. L’acqua verde e buia dei canali, che sa di cicoria bollita, di detersivo e di fogna. L’acqua della laguna aperta, che in estate prende il colore dell’erica delle barene e sa di pesce e di uccelli lenti come le darsene coi pescherecci. Le acque del Sile e del Brenta che per un poco si mantengono dolci prima di cedere alla salinità che il mare impone alla laguna. Acque differenti, le une ostili alle altre, che si mescolano e contendono lo spazio secondo tempi e modi che sfidano le leggi della fisica per sconfinare nel sortilegio.

E sopra l’acqua la pietra. La pietra di una città fitta di case e di osterie, di comignoli e di gatti, di uccelli e di vento e di nebbia e di scorci di bellezza toccante e di raffiche maleolenti. C’è anche la pietra delle isole, ridotte dall’abbandono a tane di falchi e gabbiani, di serpi, di contrabbandieri e di ratti più lunghi di un avambraccio.

Poi ci sono gli ubriachi. La mia infanzia è piena di ubriachi che vagano e tentano gli orli delle fondamenta e non cadono mai in acqua. Venezia sembra un film di Chaplin, dove qualcuno con gli occhi bendati pattina sull’orlo del precipizio ma, per quella comica fortuna che protegge gli innocenti, il vuoto li rifiuta e, finché non lo vedono, non vi precipitano. Nessuno, a Venezia, si è mai annegato. Ecco la mia prima bugia. In verità è successo: è successo a un barbone che si chiamava Dante (sic!), che la sera si spogliava ubriaco e che, dopo decenni di quest’abitudine, che popolazione e polizia ignoravano tra le risate, finì coi polmoni pieni d’acqua fetida in un canale. Ma Dante non fa storia, è sparito dalla memoria collettiva; anzi, credo sia più giusto dire che non vi è mai entrato. Perché Venezia è un luogo senza memoria.

Sono nato e cresciuto in un luogo scolpito nella lentezza, fatto di spazi ridottissimi, calli strette, case che si toccano, turisti che intasano i sottoporteghi, barche che nei canali a stento sfilano le une accanto alle altre senza toccarsi. Scolpito nella lentezza, dicevo, perché fuori, sulle paludi ferme e immense che circondano la pietra abitata, c’è un altrove senza echi percorso da uomini lenti che vogano alla valesana. C’era, dovrei dire, perché oggi vedo più barchini rombanti che altro. E questa è una catastrofe, perché Venezia è una città di suoni, non di rumori. Si sentono i gatti miagolare e si sentono i tacchi a spillo sui masegni. Il rumore dei motori è relegato ai canali, una maglia di vie ancora abbastanza silenziose e percorse dalla lentezza (le barche, anche quelle a motore, grazie a Dio, non hanno i freni)."