di Andrea Bellavite

 

 

Ecco un volume da non perdere: l'Atlante immaginario del Friuli Venezia Giulia, curato da Mariaelena Porzio con la collaborazione di ben 39 componenti dell'Associazione degli Scrittori FVG. Insieme agli autori, la qualità è garantita anche dall'editore Gaspari che ha pubblicato il testo nell'autunno 2025.

Di cosa si tratta? Ogni capitolo corrisponde a una via: della Natura, della Storia, delle Piazze, del Mare, dei Borghi, dei Viandanti, dei Sassi, delle Grotte e del Carso. Ogni percorso è introdotto da un'intensa poesia del giovane e assai promettente Elia Trentin.

In ognuna delle otto parti si possono leggere cinque racconti brevi. Ci si immerge così in tanti luoghi della Regione, pieni di fascino, storia, emozione e magia. L'idea è quella di descrivere una determinata realtà, con una narrazione in grado di identificare gli spazi, non con la particolarità analitica di una guida turistica, ma con la simbolica sintetica della ricerca dell'essenza. Ne derivano quaranta assai originali e spesso avvincenti immagini di altrettanti ambienti, un vero e proprio viaggio sulle ali della fantasia, partendo da Udine e descrivendo intorno al capoluogo friulano una serie di cerchi concentrici, formando una speciale margherita letteraria.

I generi, gli stili, i caratteri, gli argomenti sono totalmente diversi, ma l'impressione finale di una lettura continuata o a sprazzi, è quella di una forte unità, per così dire, "spirituale". Il libro, nella sua varietà, è interessante, profondo, divertente. Leggendo si impara, si riflette, si sorride e ci si stupisce di quanto sia affascinante e ricco di storia ogni frammento di questo spazio vitale - tra l'Adriatico e le Alpi Giulie - nel quale abbiamo il grande privilegio di abitare.

Ah sì, il libro sarà presentato a Gorizia in aprile, nell'ambito della prestigiosa rassegna del Libro delle 18.03. Ma recuperatelo prima, in qualsiasi libreria, ne vale veramente la pena. 

Anche perché, modestamente... tra i nomi dei tanti autori, c'è anche il mio.

Si terrà giovedì 6 marzo alle ore 15:00, nell’Aula Magna del Polo Universitario Santa Chiara a Gorizia, la cerimonia di premiazione della seconda edizione del Premio per le Tesi di Laurea in Lingua Inglese promosso dalla Fondazione Roberto Visintin.

Il Premio è rivolto agli studenti del corso di Relazioni Pubbliche – DILL dell’Università degli Studi di Udine che scelgono di scrivere la propria tesi in lingua inglese. L’iniziativa intende valorizzare l’inglese come strumento di connessione tra persone, comunità e culture. Come evidenziato dal prof. Nickolas Komninos, il riconoscimento mira a promuovere una comprensione linguistica e culturale condivisa, riconoscendo il ruolo centrale della lingua nella costruzione del dialogo internazionale.

A seguito di un’attenta valutazione dei curricula e degli elaborati finali, la Commissione ha individuato i vincitori dell’edizione 2025, che verranno premiati dalla Presidente e dal Direttore della Fondazione, Evelyn Ann Todd e Paolo Polli.

Elisa Cavicchi, con la tesi “Understanding Public Health Communication: A Multimodal Critical Discourse Analysis of Secretary Kennedy’s ‘MAHA Tour’ Videos”.

Il lavoro propone un’analisi critica della comunicazione sanitaria istituzionale attraverso un approccio di Multimodal Critical Discourse Analysis. Lo studio esamina i video ufficiali del MAHA Tour del Segretario Robert F. Kennedy Jr., mettendo in luce come il discorso sulla salute sia influenzato dall’ideologia neoliberale, che attribuisce la responsabilità del benessere principalmente al singolo individuo. L’analisi evidenzia anche la costruzione strategica della fiducia istituzionale e la centralità del discorso del rischio nella promozione di specifici comportamenti legati alla salute e all’alimentazione.

Mauro Viti, con la tesi “Cognitive Functions and Language in Healthy Aging: A Focus on Verbal Fluency”. La ricerca indaga il rapporto tra funzioni cognitive e linguistiche nell’invecchiamento sano, con particolare attenzione alla fluenza verbale. Su un campione di 179 adulti italofoni tra i 29 e gli 89 anni, lo studio evidenzia un declino della fluenza semantica con l’età, a fronte di una sostanziale stabilità della fluenza fonemica. I risultati sottolineano il ruolo cruciale delle funzioni esecutive e l’importanza dell’istruzione come fattore protettivo nel mantenimento delle abilità cognitive.

Oltre al Premio per le Tesi di Laurea in lingua inglese in collaborazione con l’Università degli Studi di Udine, la Fondazione Roberto Visintin promuove il “Premio per le Tesi di Laurea in Sicurezza sul Lavoro”, in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste, il “Premio di Letteratura”, in collaborazione con l’Associazione Culturale Il Libro delle 18.03, e il “Premio alle Tesi di Laurea in Storia Contemporanea”, con l’Università di Budapest.

Relativamente al Premio letterario, il 15 gennaio si sono chiusi i termini di partecipazione; sono stati ammessi, in base ai parametri specificati nel bando, una decina di titoli. I titoli saranno ora valutati dalla giuria, composta dal critico teatrale — e fino a qualche mese fa firma di punta delle pagine culturali del quotidiano Messaggero Veneto — Mario Brandolin; da Emanuela Masseria, giornalista dal 2003 che lavora all’Università di Trieste nel settore della divulgazione scientifica; e da Marco Menato, già direttore della Biblioteca Statale Isontina di Gorizia e di Trieste. Da quest’anno entra a far parte della giuria anche Paolo Polli, direttore della Fondazione Visintin e presidente dell’Associazione Apertamente, nonché animatore fin dall’inizio della manifestazione letteraria “Il libro delle 18.03”.

Attraverso queste iniziative, la Fondazione rinnova il proprio impegno nella promozione della cittadinanza attiva, della coesione sociale, dell’inclusione e dello sviluppo della persona, con particolare attenzione ai settori della cultura, della ricerca storica e scientifica e della beneficenza.

La Fondazione è stata istituita in memoria di Roberto Visintin, figlio dei fondatori prematuramente scomparso, con l’obiettivo di proseguire e valorizzare gli ambiti che ne hanno contraddistinto gli interessi personali.

Un libro di Marilisa Bombi.

È stato presentato sabato 7 febbraio, presso la sede della Fondazione Roberto Visintin di Sdraussina, il libro di Marilisa Bombi "Donne tra due mondi".

Davanti a un pubblico numeroso, l’incontro è stato introdotto da Lucia Vinzi, organizzatrice del ciclo di conferenze "Tra rami e parole", promosso dal Circolo culturale di Sdraussina con la collaborazione della Fondazione Roberto Visintin e dell’Associazione culturale Apertamente, e dal direttore della Fondazione stessa, Paolo Polli.

L’autrice, in dialogo con Rachele Zanolla, ha raccontato le storie delle donne protagoniste del volume: figure spesso dimenticate dalla grande Storia, ma che a Gorizia e nei territori di confine hanno continuato a vivere e a resistere, nonostante guerre, fratture e mutamenti politici. Il libro restituisce dignità e voce a diciotto donne – partigiane senza bandiera, esuli, contadine, insegnanti, levatrici – appartenenti a quelle che Antonio Gramsci definiva “classi subalterne”, gruppi sociali esclusi dalla narrazione ufficiale.

Ogni ritratto intreccia memoria individuale e contesto storico, illuminando le trasformazioni del Novecento, i trattati internazionali e le identità spezzate che hanno segnato Gorizia.

«Questo libro è il mio modo per dare voce a quelle donne che la Storia ha dimenticato, ma che ci hanno insegnato tutto: a resistere, a prendersi cura», recita il testo di presentazione.

L’obiettivo è chiaro: mostrare che la storia non è fatta solo di grandi eventi, ma anche di gesti quotidiani e di resistenze silenziose che meritano di essere raccontate.

L’incontro è stato arricchito dalle letture di Sabrina Cattarin e Arianna La Notte del gruppo Lis Tarlupulis.

 

Di: Redazione

 

Gradisca d’Isonzo, sala Civica Bergamas - Via Antonio Bergamas, 3

venerdì 13 febbraio, ore 18

 

 

Nel marzo 2004 il Parlamento italiano, con un voto pressoché unanime, ha istituito la  Giornata del Ricordo dedicata alle foibe, all’esodo giuliano‑dalmata e alla complessa vicenda del confine orientale.

La data scelta, il 10 febbraio, coincide con la firma del Trattato di pace del 1947, con il quale l’Istria, Fiume e le isole quarnerine furono assegnate alla Jugoslavia. Da allora il tema è uscito dall’area del “non dicibile” politico, ma non si è ancora trasformato in una memoria davvero condivisa: molti ne ignorano ancora il significato, non mancano posizioni negazioniste, altri ne hanno una visione distorta e senza contesto.

La storia delle foibe – e ancor più la lunga rimozione che le ha accompagnate – rappresenta uno specchio delle contraddizioni italiane, tra omissioni, ipocrisie e difficoltà nel fare i conti con il passato. Le cause di quella tragedia rimandano a una duplice dinamica: da un lato, la politica di italianizzazione forzata perseguita dal regime fascista nelle aree mistilingue dell’Istria e del confine orientale, con la sistematica snazionalizzazione delle comunità slovena e croata, dall’altro, l’espansionismo della nuova Jugoslavia guidata da Tito, intenzionata ad annettere Istria, Dalmazia e Trieste e a consolidare il regime che stava costruendo. Nel maggio‑giugno 1945, con l’arrivo delle truppe jugoslave a Trieste e l’instaurazione di proprie autorità amministrative, si scatenò una repressione in cui si intrecciarono risentimenti nazionali e volontà epurativa.

A questa pagina dolorosa si è aggiunta, per decenni, una rimozione altrettanto significativa. Perché non si è parlato degli infoibati? Perché si è taciuto sulle migliaia di profughi italiani costretti a lasciare le loro terre passate sotto sovranità jugoslava e accolti in 109 campi di raccolta in tutta la penisola? Questa “memoria negata” si fonda su tre grandi silenzi.

Il primo è il  silenzio internazionale: dopo la rottura tra Stalin e Tito nel 1948, la Jugoslavia divenne per l’Occidente un interlocutore strategico, e la diplomazia evitò accuratamente di sollevare questioni imbarazzanti. Il secondo è il  silenzio di partito, il terzo quello  di Stato. L’Italia uscita dalla guerra cercò di autorappresentarsi come Paese vincitore, utilizzando la Resistenza – pur fondamentale ma minoritaria – come elemento identitario capace di assolvere collettivamente il Paese dalle responsabilità del ventennio fascista e del conflitto. Una narrazione che favorì sia la sinistra comunista, sia le forze moderate impegnate nella ricostruzione dello Stato. Affrontare apertamente il passato avrebbe significato mettere in discussione equilibri politici delicati: prevalse così la scelta di rimuovere.

Per sostenere l’immagine di un’Italia “vincitrice”, era necessario cancellare tutto ciò che ricordava la sconfitta. Da qui i silenzi sui prigionieri di guerra, sui crimini italiani, sui mancati processi di estradizione e, soprattutto, sulle foibe e sull’esodo: nessun Paese vincitore, infatti, subisce dopo la fine del conflitto la perdita di migliaia di cittadini e la fuga di centinaia di migliaia di altri. Nella memoria repubblicana non trovò spazio né chi fu ucciso nel Nord‑Est, né chi visse la dolorosa esperienza dell’esilio.

L’istituzione della  Giornata del Ricordo ha rappresentato un risarcimento simbolico e un passo importante per sottrarre questa vicenda alle polemiche e alle strumentalizzazioni. Tuttavia, il percorso per trasformare la tragedia del confine nord‑orientale in una consapevolezza collettiva pienamente condivisa è ancora lungo.

Da una parte c’è chi se ne è appropriato facendo della storia un uso politico e dimenticato il carico di odio e violenza che il fascismo porto in quelle terre a partire dal ‘22, dall’altra che minimizza se non addirittura nega restando prigioniero di schemi mentali buoni per gli anni ‘50.

Ne parlerà più diffusamente il prof. Raoul Pupo, storico italiano, già professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste, dov’è attualmente senior scientist, e tra i massimi conoscitori dell'Esodo giuliano-dalmata  e delle tragiche vicende  del confine orientale italiano. 

È stato componente delle Commissioni storico-culturali italo-slovena e italo-croata, nonché del comitato scientifico dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, ora Istituto Parri. E’ autore di moltissime pubblicazioni e ha curato programmi di alta divulgazione.

Introdurrà Giulia Castellan, associazione culturale Apertamente, letture a cura di Cinzia Benussi. Il sindaco Pagotto porterà il saluto del Comune di Gradisca d’Isonzo.

L'evento è parte del progetto "Memorie Vive" promosso dal Comune di Gradisca d'Isonzo e cofinanziato dalla regione Friuli Venezia Giulia".

È uscito per la casa editrice romana Lithos l’ultima fatica dello studioso Janko Toplikar, Dizionario storico del Goriziano tra l’Austria interiore e gli Stati successori (secoli XVI‑XX), un’opera che mette a disposizione degli studenti, degli insegnanti, degli studiosi e degli appassionati di storia locale – o meglio “localizzata” – il significato e il contesto temporale di 3.316 termini in uso per lungo tempo nelle province della Stiria, della Carinzia, della Carniola (con l’Istria interna), a Gorizia e Gradisca, a Trieste e Fiume, nonché nei diversi possedimenti minori degli Asburgo che confinavano con tale area. Province che costituivano quell’entità politico‑amministrativa autonoma chiamata Austria Interna o Interiore.

La ricerca delle voci – di natura istituzionale, giuridica, amministrativa, economica, artistica, ecclesiastica, sanitaria, ma anche riguardanti l’istruzione e la cultura, nonché la moda e la tessitura – si è concentrata in particolare sulla Contea di Gorizia e sulla sua storia dal XVI alla prima metà del XX secolo, includendo, date le complesse vicende vissute dalla nostra terra, gli inevitabili riferimenti all’età medievale e al Patriarcato di Aquileia, al Monfalconese, all’Istria, al Triestino e alla parte occidentale dell’odierna Slovenia.

L’opera di Janko Toplikar, pubblicata anche con il supporto della Fondazione Roberto Visintin che – affermano Evely Ann Todd e Paolo Polli, Presidente e Direttore della Fondazione stessa – può sembrare, e forse lo è, se si allarga lo sguardo al panorama editoriale contemporaneo, un prodotto bibliografico d’altri tempi. Oggi, infatti, di fronte a un dubbio di qualsivoglia natura, si ricorre subito (e, a volte, soltanto) al cosiddetto principe della ricerca, cioè Google, e bene o male ci si accontenta del risultato che in pochi secondi ci viene catapultato sullo schermo del nostro computer, non si sa bene sulla base di quali sofisticati criteri.

Il Dizionario, invece, vuole porsi a fianco del ricercatore e aiutarlo a comprendere le mille frastagliate vicende culturali che hanno caratterizzato quello che è diventato il confine orientale, ma che nel corso dei secoli era un passaggio obbligato di culture e popoli diversi. Uno strumento, quindi, interdisciplinare, utile sia allo studioso (una volta si diceva alle “persone colte”) sia al ricercatore professionale e che, proprio per le sue caratteristiche, non vuole mettere un punto fermo a ogni domanda, ma presentare con parole piane lo stato della questione.

Per questo motivo la Fondazione Roberto Visintin, che fin dalla sua nascita è sempre stata vicina a problematiche di natura storica, ha sposato in pieno l’operazione editoriale e ha concesso, oltre al patrocinio, anche un contributo finanziario per la copertura delle principali spese editoriali, con la speranza che le istituzioni culturali ed educative (archivi, biblioteche, musei, scuole e università), non solo quelle strettamente locali, compiano la loro parte mettendo a disposizione dei propri utenti tale repertorio, frutto della passione e della lunga esperienza dell’Autore nella diffusione delle tematiche storiche.

Janko Toplikar è stato docente, traduttore dallo sloveno, autore di numerose pubblicazioni in campo pedagogico e storico. Tra gli altri suo lo studio L’altopiano di Tarnova ieri e oggi: uno studio di geografia antropica.