Sabato 20 settembre, nel bel "Spazio Crew" allo SDAG di Gorizia, abbiamo presentato l'edizione autunnale de "Il Libro delle 18.03" alla presenza di un folto pubblico di appassionati e affezionati.
Un'edizione speciale nel diciottesimo compleanno della rassegna, con 12 appassionanti appuntamenti in sala e una piacevole uscita in bus, quest'ultima in programma per sabato 11 ottobre. Ecco tutti gli appuntamenti:
 

di Margherita Reguitti
da Il Piccolo di giovedì 11 settembre 2025

 

A Illegio, etimo riferibile all'albero del leccio qui diffuso, Dieç in friulano (comune di Tolmezzo, provincia di Udine), non si passa, si va: la strada qui termina, in questo borgo carnico di 350 anime – il "frut" ultimo nato è un maschietto di un paio di mesi – famoso per i suoi mulini mossi dalla forza dell'acqua già a fine'600. Ma non solo. Illegio è sede di prestigiose mostre d'arte, tappa del cammino delle antiche pievi della Carnia, e ancora meta di rilievo per appassionati di escursioni e canoying lungo il rio Frondizzon.

Un cammeo ricco di bellezza e tante sorprese. Si raggiunge via A23, uscita Carnia, quindi si imbocca la strada per Tolmezzo deviando poi per Betania e quindi proseguire per Illegio. L'ultimo tratto di strada lungo il rio è dominato dal monte Amariana. Una strada in salita, con curve e tornanti da affrontare con prudenza per godersi la sorpresa di boschi, scintillio di riflessi del corso d'acqua e pareti di pietra. Un parcheggio a meno di un chilometro dal borgo invita a lasciare l'auto, per chi avesse difficoltà di deambulazione anche in centro vi sono stalli.

Salendo l'occhio corre per i prati che diventano alture, si perde negli orti e nei giardini delle case dai fiori antichi. Sulla sinistra la pieve di San Floriano spunta dal bosco, arroccata su di uno sperone di roccia a circa 700 metri. Dall'altro la vista è commovente sulla valle del But, attorno le cime delle Prealpi carniche. Una tappa delle 20 di un cammino ispirato a Santiago di Compostela con distanze varie, fino a 23 chilometri, adatte anche a famiglie (camminodellepievi.it). L'edificio religioso è visitabile nelle domeniche di apertura delle importanti mostre, curate dal parroco e raffinato esperto d'arte don Alessio Geretti, allestite dal 2004 nella ex canonica. Quest'anno il titolo dell'evento artistico che ha reso il borgo famoso a livello nazionale e non solo è "Ricchezza. Dilemma perenne" e sarà visitabile fino al 9 novembre. Un itinerario di bellezza e riflessione spirituale, religiosa e etica accompagnati dai maestri dell'arte di ogni tempo da Michelangelo Merisi detto Caravaggio a Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto, da Tiziano a Rembrandt, Tiepolo, Lotto e Bellini per poi arrivare a Scomparini, Picasso e Guttuso (www.illegio.it).

 

Ma la bellezza è anche l'architettura di pietre e sassi delle case, tutte perfettamente conservate, molte abitate. Dimore che attestano il benessere anche nei secoli passati degli abitanti vista la ricchezza dei decori lapidei delle facciate con cornici e portali decorati da mascheroni di volti di turco, ricordo delle invasioni fra XV e XVI secolo, o simboli religiosi come l'Agnello, la Croce o il Cristo risorto. Particolarmente interessanti le corti carniche sulle quali si affacciano non solo le case padronali dei ricchi proprietari di campi e bestiame di un tempo, ma anche le stalle dove venivano ricoverate mucche, fienili e locali per le attività della famiglia.

Illegio borgo di mulini che prosperavano già alla fine del XVII secolo grazie alla presenza di una fonte di acqua sorgiva che garantiva una portata costante in ogni stagione. Forza che faceva girare le pale dei mulini e quindi le macine in pietra e il sistema di pali che, mossi in verticale, pestavano l'orzo. Un bucolico e sonoro sentiero permette di arrivare alla sorgiva ancora attiva. Oggi i mulini rimasti sono 4 dei 6 di un tempo, non sono più attivi ma possono essere ammirati dall'esterno, perfettamente restaurati e custoditi seguendo il corso dell'acqua fra le case. Se siete fortunati vi può capitare di incontrare un abitante abbastanza agé da potervi raccontare come era il paese fino agli anni '70, quando le strade erano bianche e il rumore delle macine era il sottofondo di un'industria veramente green. —

Il 20 settembre, alle ore 11, presso il valico confinario di Sant’Andrea a Gorizia, in una sala riconvertita a spazio culturale, presenteremo il programma della prossima edizione, quella autunnale della nostra rassegna 2025.

Festeggeremo il diciottesimo anno di attività, un traguardo importante!

Non sono pochi da quando, in una sala all’interno della stazione di Gorizia, avevamo pensato di presentare alcuni libri di amici scrittori. Il primo fu uno di Giorgio Mosetti, se non ricordiamo male La panchina sotto il pino.

Doveva finire lì, con il mese di ottobre del 2008. E invece no, siamo ancora qua, convinti che il nostro lavoro sia servito ad avvicinare alla lettura, a far conoscere autori, giornalisti, personaggi pubblici.

Soprattutto siamo orgogliosi di essere stati un forte incentivo a tante altre realtà culturali locali che hanno guardato a noi per crescere e poi per continuare percorsi forse ora anche più importanti e conosciuti del nostro.

Un altro motivo di soddisfazione è quello di aver creato, intorno alla rassegna, un circolo di amici appassionati che ci seguono fin dall'inizio.

Ad essi, anno dopo anno, si sono aggiunte nuove conoscenze che arricchiscono la nostra platea, sempre numerosa e molto gratificante anche per gli stessi autori.

Quest'ultimi, protagonisti di tante belle serate, passano da noi e ritornano sempre molto volentieri o comunque si tengono in contatto, aiutandoci con nuovi contatti, suggerimenti, proposte.

Ci ha mosso tanta passione, ma abbiamo anche dimostrato molto impegno e tenacia nel proseguire: come diciamo sempre, è più difficile continuare che cominciare.

Stiamo completando il calendario della prossima edizione autunnale e sveleremo tutti i contenuti durante la conferenza stampa alla SDAG, Centro polifunzionale Spazio Crew.

Alcune dettagli, però, li possiamo già anticipare: gli appuntamenti — tredici in tutto — si svolgeranno principalmente a Nova Gorica e Gorizia, Capitale europea della Cultura, ma anche in altre località dell’Isontino che abbiamo già avuto il piacere di toccare nelle edizioni passate: Mossa, Gradisca e Romans d’Isonzo, Sagrado.

Il primo appuntamento sarà l’abituale lectio domenicale a Villa Codelli di Mossa, ospite Daniele Marini professore di Sociologia dei Processi Economici all’Università di Padova che svilupperà un tema quanto mai attuale Il posto del lavoro. 

Non mancherà l’uscita, questa volta a Tolmezzo, dove visiteremo il Museo delle Arti e delle Tradizioni popolari, ci fermeremo al Filo dei Sapori, un evento che valorizza le unicità enogastronomiche del territorio attraverso un mix di cibo, cultura e divertimento. Completeremo la giornata a Illegio, presso la Casa delle Esposizioni, che ospita una delle mostre più significative in Regione: una selezione straordinaria di capolavori fra cui opere di Caravaggio, Tiziano, Rembrandt, Pelizza da Volpedo, Picasso.

Il programma di questa edizione autunnale delle 18.03 si arricchirà ancora di nuove collaborazioni, mantenendo vive quelle che da anni accompagnano la rassegna con professionalità e amicizia.

Significativo per questa edizione il Patrocinio della Fondazione Matera- Basilicata 2019 e la collaborazione del GECT GO / EZTS GO.

Vi aspettiamo con tante novità, allora, con rinnovata voglia di condividere storie, parole, incontri e con il consueto brindisi finale per festeggiare il nostro diciottesimo compleanno e la nostra lunga e collaudata amicizia.

Arrivederci a presto!

Lo staff delle 18.03

 

 

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20 septembra ob 11. uri bomo na mejnem prehodu SDAG v Štandrežu pri Gorici, v dvorani, ki je bila preurejena v kulturni prostor, predstavili program naslednje jesenske izdaje naše prireditve 2025.

Praznovali bomo naše osemnajsto leto delovanja – pomemben mejnik!

Ni jih malo, odkar smo v dvorani znotraj goriške železniške postaje pomislili, da bi predstavili nekaj knjig prijateljev pisateljev. Prva je bila knjiga Giorgia Mosettija, če se ne motimo Klop pod borom.

Moralo bi se zaključiti takrat v oktobru 2008. Pa ni bilo tako, še vedno smo tu, prepričani, da je naše delo pripomoglo k približevanju branju, k spoznavanju avtorjev, novinarjev, javnih osebnosti.

Predvsem pa smo ponosni, da smo bili močna spodbuda številnim drugim lokalnim kulturnim inicijativam, ki so se zgledovale po nas, da so rastle in nadaljevale poti, ki so morda sedaj še pomembnejše in bolj poznane od naše.

Še en razlog za zadovoljstvo je, da smo s to prireditvijo ustvarili krog prijateljev navdušencev, ki nas spremljajo od vsega začetka.

Njim so se leto za letom pridruževali novi znanci, ki bogatijo našo publiko, ki so vedno številčni in zelo spodbujajo tudi same avtorje.

Avtorji so protagonisti mnogih lepih večerov, radi pridejo k nam in se vedno z veseljem vračajo ali pa vsaj ostajajo z nami v stiku in nam pomagajo z novimi povezavami, predlogi in pobudami.

Gnala nas je velika strast, a pokazali smo tudi veliko zavzetosti in vztrajnosti pri nadaljevanju: kot vedno trdimo, težje je vztrajati kot pa začeti.

Dokončujemo koledar naslednje jesenske izdaje in vsebine bomo razkrili na tiskovni konferenci v SDAGu, v večnamenskem centru “Spazio Crew”.

Nekaj podrobnosti pa lahko že sedaj razkrijemo: dogodki – trinajst jih bo – se bodo odvijali predvsem v Novi Gorici in Gorici, Evropski prestolnici kulture, pa tudi v drugih krajih na Goriškem, ki smo jih z veseljem obiskali že v prejšnjih izdajah: v Mošah, na Gradišču in v Romansu d'Isonzo, v Zagraju.

Prvi dogodek bo običajna nedeljska lectio v Vili Codelli v Mošah, kjer bo gost, profesor Daniele Marini, profesor sociologije ekonomskih procesov na Univerzi v Padovi, razvil zelo aktualno temo delovno mesto.

Ne bo manjkala ekskurzija – tokrat v Tolmeč, kjer bomo obiskali Muzej umetnosti in ljudskih tradicij, se ustavili na prireditvi Filo dei Sapori, ki poudarja edinstvenosti kulinarike in vinorodnih posebnosti tega območja skozi preplet hrane, kulture in zabave.

Dan bomo zaključili v Illegiu, v Hiši Razstav, kjer gostijo eno najpomembnejših razstav v deželi, izjemno zbirko mojstrovin, med katerimi so dela Caravaggia, Tiziana, Rembrandta, Pellizze da Volpedo in Picassa.

Program te jesenske izdaje 18.03 se bo še obogatil z novimi sodelovanji in bomo seveda ohranili živa vsa tista, ki našo prireditev že leta spremljajo s strokovnostjo in prijateljstvom.

Za to izdajo je pomembno pokroviteljstvo fundacije Matera-Basilicata 2019 in sodelovanje GECT GO / EZTS GO

Pričakujemo vas torej z mnogimi novostmi in z obnovljeno željo po deljenju zgodb, besed, srečanj in z običajnim zaključnim nazdravljanjem, tako da praznujemo naš osemnajsti rojstni dan in dolgo ter preizkušeno prijateljstvo.

 

Vas pričakujemo!

Ekipa 18.03

 

 

Cari amici de Il libro delle 18.03,

a ottobre la nostra rassegna compirà diciotto anni: saremo maggiorenni!

 

Si tratta di un traguardo importante che testimonia la nostra passione, l'impegno e la tenacia nel proseguire ciò che non sarebbe stato possibile senza il sostegno da tutti voi dimostrato nel corso di questi anni.

Stiamo lavorando alla prossima edizione autunnale, che terrà conto proprio anche di questo anniversario. Sveleremo tutti I contenuti durante la conferenza stampa, programmata per il prossimo 20 settembre.

Alcune dettagli, però, li possiamo già anticipare: gli appuntamenti — tredici in tutto — si svolgeranno principalmente a Nova Gorica è Gorizia, Capitale europea della Cultura, ma anche in altre località dell’Isontino che abbiamo già avuto il piacere di toccare nelle edizioni passate.

Il programma si arricchirà di nuove collaborazioni, mantenendo vive quelle che da anni accompagnano la rassegna con professionalità e amicizia.

Vi aspettiamo con tante novità, allora, con la consueta voglia di condividere storie, parole, incontri e con il consueto brindisi finale per festeggiare il nostro diciottesimo compleanno e la nostra lunga e collaudata amicizia.

 

Nel frattempo, compatibilmente con le preoccupazioni del difficile momento presente, vi auguriamo una buona estate! 

Arrivederci a presto!

Lo staff delle 18.03

 

 

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Dragi prijatelji Knjige ob 18.03,

oktobra bo naša prireditev dopolnila osemnajst let: postajamo polnoletni!

 

Gre za pomemben mejnik, ki priča o naši strasti, zavzetosti in vztrajnosti pri nadaljevanju nečesa, kar brez vaše podpore v vseh teh letih ne bi bilo mogoče.

Pripravljamo se na jesensko izdajo, ki bo upoštevala tudi to obletnico.

Vse vsebine bomo razkrili na tiskovni konferenci, ki bo 20. septembra.

Nekaj podrobnosti pa vam lahko že zdaj razkrijemo: dogodki — skupaj jih bo trinajst — se bodo odvijali predvsem v Novi Gorici in Gorici, Evropski prestolnici kulture, pa tudi v drugih krajih Goriške, ki smo jih z veseljem obiskali že v preteklih letih.

Program bomo obogatili z novimi sodelovanji, hkrati pa bomo ohranili živa tudi tista partnerstva, ki nas že dolga leta spremljajo s strokovnostjo in prijateljstvom.

Pričakujemo vas z mnogimi novostmi in z običajno željo po deljenju zgodb, besed, srečanj — in seveda s tradicionalnim zaključnim nazdravljanjem, s katerim bomo praznovali naš osemnajsti rojstni dan in dolgoletno preizkušeno prijateljstvo.

 

Medtem pa vam, kolikor nam trenutni zahtevni časi to dopuščajo, želimo lepo poletje!

Se vidimo kmalu!

Ekipa ob 18.03

Di Marzio G. Mian*

Bisogna dire che quest’ultima di campionato l’FK Guber l’ha vinta piuttosto in scioltezza. Un secco 3 a 0 su quelli dell’Hercegovac Bileća che sono parsi nettamente inferiori nel gioco e forse meno motivati - vista la garanzia di salvezza. Per i ragazzi del Guber di Srebrenica era tutt’altra storia. Si giocavano il futuro. Retrocedere nel girone della terza divisione della Republika Srbska – l’entità serba dello stato bosniaco – significava finire nel girone infernale dei paesini e dei villaggi dove gli uomini indossano ancora le vecchie mimetiche di trenta e passa anni fa, dove ti può arrivare uno sputo sulla schiena mentre batti un fallo laterale, dove a chi porta sulla maglietta un cognome musulmano urlano “turco di merda” e al suo compagno di squadra serbo “puttana traditrice”. Che è quello che accadeva al Guber in trasferta anche in seconda divisione fino a pochi anni fa nei centri più grandi affacciati sulla Drina tipo Visegrad, Bijelina, Zvornik, quando dalle tribune partiva come una granata il classico “noz, zica, Srebrenica” - coltello, filo spinato, Srebrenica – oppure il più guerriero “Mladic-Mladic-Mladic”, efficace quanto una sventagliata nel mucchio, in onore del boia di Srebrenica, il generale che esattamente trent’anni fa ordinava l’eliminazione di oltre ottomila bosniaci musulmani, in parte radunati anche su questo campo di calcio prima di essere trasferiti per il massacro in luoghi appena più appartati e quindi sepolti con la ruspa nelle fosse comuni. Alcuni ragazzi più anziani, come il capitano e regista dal sinistro di velluto, Aljo Smajlovic, ci sono passati per quelle trasferte grondanti odio dagli spalti: “Ora è molto meglio, siamo visti quasi come un club normale”, mi dice prima dell’incontro, “ma se retrocediamo vuol dire rivivere quell’incubo. E non so quanti di noi rimarrebbero, anche se il Guber è il nostro unico grande amore, per tutti, serbi e musulmani. È l’unica ragione per non scappare da Srebrenica. Senza il Guber me ne andrei in Austria”. E Safet Merdzić, 39 anni, ex calciatore e ora responsabile delle giovanili, nella saletta dei trofei e delle riunioni che serve pure da deposito per i palloni e la calce, mi confessa che la questione è anche economica. Le casse sono pressoché vuote e in caso di retrocessione servirebbe un minimo d’investimento per aspirare al vertice e risalire nell’attuale categoria regionale (corrispondente alla nostra Lega Pro). Soldi necessari, si scopre, oltre che per tirare avanti con rimborsi spese, divise eccetera, anche per non inimicarsi le terne arbitrali serbe. “Una delle umiliazioni che bisogna mettere in conto”, commenta amaro un dirigente. Mi mostrano video di fan celebri: i ricchi campioni bosniaci che giocano nelle grandi società europee si dicono vicini alla squadra della città martire – soprattutto al club che si ostina a rimanere il solo multietnico nell’intera Bosnia nonostante quel macigno irremovibile del genocidio. Ci sono Edin Dzeko, Miralem Pjanić, Anel Hadzić, generosi di bellissime parole e di promesse. Ma nessuno che faccia mai un bonifico, dice Safet con un sorriso amaro. È quello più teso prima della partita. Pensa ai suoi ragazzini. “Perdere potrebbe significare la fine del Guber dopo cent’anni”, dice. “Ciò che lo ha reso speciale è certo il nostro passato, quel tornado di disumanità che ha travolto Srebrenica nel 1995, ma anche essere l’unica occasione per i ragazzi di qui di credere nella vita, diventare amici. Il football qui serve a dimenticare la realtà, indipendentemente da quale famiglia provieni”. Racconta che quando giocava, l’allenatore era serbo. A Bijelina si metteva male, qualcuno urlava “uccidi il turco”. Il mister s’avventò verso le gradinate, solo contro decine di scalmanati. “Cominciate da me”, li sfidò. “Essere una squadra multietnica vuol dire convivere con un tabù, resistere grazie a un tabù. Che male c’è? È calcio, non politica. Calcio e basta, zero passato, storie, colpe, rancori… Quando i ragazzini si sentono urlare cose tremende hanno imparato a non ascoltare. E sai chi sono i più sordi? I serbi. Mai una reazione quando gli danno dei traditori. Sono così orgogliosi del loro Guber”.

E si guarda intorno, il coach dei pulcini e degli allievi. Le polaroid coi colori bianco celeste sbiaditi, le formazioni incorniciate in bianco e nero. La squadra di uno degli ultimi campionati prima del macello: il secondo da destra sui calcagni con la mano aperta alla fronte per farsi ombra è Muharem Mujcic, detto Muke, il cui corpo non è mai stato trovato; al suo fianco c’è Salko Hublić, detto Hegel, ragazzone dal sorriso beffardo, identificato in una fossa comune. “Con la guerra abbiamo perso i vecchi trofei e gagliardetti, spaccarono e bruciarono tutto”, dice Faruk Smajlović, la colonna della società, quello che segna il campo, prepara il tè, elemosina fondi e parla ai ragazzi nello spogliatoio. Con la sua rock band, gli Afera, ha composto l’inno, sparato a manetta nel riscaldamento pre partita: “Che si canti e che si pianga mentre il nostro Guber sta combattendo la sua battaglia…”

Pallonate e fantasmi, un’aquila gioca con le correnti in alto sopra il campo. Il cemento delle gradinate è marcio, spuntano i ferri come tendini scoperti, le poche case affacciate sul lato della strada che fende la vallata portano i segni delle granate, i rattoppi con la malta sembrano gigantesche margherite grigie. Sullo sfondo a Est, dietro la porta degli ospiti, si staglia esile e bianchissimo un minareto, sentinella sul memoriale e il cimitero che dilaga oltre qualche curva, 44 mila metri quadrati con 6.671 steli di marmo piantate nell’erba, quelle con i nomi delle vittime identificate. Non cambiano invece il mese, l’anno, la summa coranica: “Non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ché invece sono vivi e non ve ne accorgete”. La collina si sporge quasi a invadere gli spalti pencolanti, il verde è tetro, nonostante la luce smagliante di giugno; più che un bosco è una giungla pluviale. Eppure la risalivano aggrappati alle radici i disgraziati in fuga dalle belve, poi braccati tra i faggi, gli ontani e i carpini.

Eppure qui - sulle due metà campo - s’è sempre seminata la pace.

 

Ancora rimbombava nelle gole l’eco della Grande Guerra, scoppiata poco distante, a Sarajevo, appena oltre l’altopiano di Romanjia, quando due contadini, uno ortodosso e uno musulmano, nel 1924 donarono i loro contigui poderi di patate ai minatori di bauxite perché si straviassero con la pelota nei giorni di riposo. Per decenni fu un club di provincia come tanti in Jugoslavia, terra di football epico, piena di talenti anarchici, chiamata il “Brasile d’Europa”. Ai tempi di Tito si veniva qui con le corriere per curarsi con le acque Guber. C’è ancora una romantica stradina in acciottolato che dalla vecchia moschea di Srebrenica penetra nel fitto del bosco: quattordici fonti sgorgano dalla roccia, acque amare e ferruginose contro le malattie della pelle, l’anemia, l’ulcera. È la colonna sonora di Srebrenica: da ogni parte ti giri gorgoglia qualche torrentello color aranciata. Si dice che anche Gina Lollobrigida – su suggerimento del suo amico Tito – fosse passata da Srebrenica a bagnarsi il viso alla fonte che, stando all’iscrizione, promette eterna bellezza. L’FK Guber solo nel 1989 compare nei titoli dei giornali, scontati i calambour sulle proprietà miracolose di una squadra che si chiama come le bottiglie dell’acqua curativa esposta sugli scaffali di ogni farmacia della Federazione. Macina vittorie nella coppa Maresciallo Tito, elimina il Borač di Banja Luka detentrice il trofeo. Il 2 agosto 1989 trasferta a Podgorica, Montenegro, contro il Budućnost. Ottavi di finale. Manca poco al crollo del Muro, ma le scosse fanno già tremare le repubbliche e le etnie. Solo un mese prima Slobodan Milosevic ha pronunciato l’incendiario discorso per i 600 anni dal mitico e mitologico scontro coi turchi sulla Piana dei Merli, in Kosovo: “Siamo ancora in battaglia e altre battaglie abbiamo di fronte. Non sono armate, ma non possiamo escludere che lo siano”.

La partiva termina 1-1, si va subito ai rigori. In porta per il Guber c’è Jusuf Maladzic, il giocatore più anziano; il penalty decisivo per la squadra di casa lo tira - e se lo fa parare - il più giovane in campo, Pedrag Mijatovic, fresco di vittoria ai mondiali juniores, futura stella del Partizan, del Real Madrid e della Fiorentina. Solo un paio di giorni dopo, durante i festeggiamenti a Srebrenica, piomba la notizia dell’errore arbitrale: bisognava mandare le squadre ai supplementari. “Davano per scontata la nostra sconfitta questa è la verità, avevano iniziato la partita in serata, stava calando il buio e non funzionava l’illuminazione”, mi dice Nermin Pasalić, 58 anni, vecchia gloria di quell’incontro. “E poi l’aria era già avvelenata, non bisognava favorire i bosgnacchi”. Due settimane dopo si ripete la partita a Srebrenica, il Guber vende cara la pelle, ma cede proprio nei minuti finali.  

Al campo i ragazzi accolgono Nermin con una certa soggezione, qualcuno arrossisce nell’abbraccio. E chi s’aspettava che oggi arrivasse anche lui, il “giaguaro”, l’ala da leggenda a dare la carica in spogliatoio? Così in tuta, nonostante la sigaretta tra le labbra e la pelata, sembra ancora capace di balzi felini, del suo celebre doppio passo. Era diventato professionista col Tuzla dopo quella cavalcata del Guber nella coppa Tito. Ma per poco, perché nella primavera del ’92 nessuno tagliava più l’erba dei campi da calcio in Bosnia. I serbi aprivano invece quelli di prigionia, proprio qui lungo la Drina, il mattatoio del tagliagole Arkan e dei suoi volontari reclutati tra gli ultras degli stadi di Belgrado. Col vecchio bomber Nermin – promessa azzoppata dalla guerra - constatiamo come il calcio abbia funzionato da detonatore nella disgregazione jugoslava, come il contagio nazionalista sia partito dalle curve. A partire dalla guerriglia scoppiata il 13 maggio 1990 a Zagabria durante Dinamo-Stella Rossa, gli scontri dilagati anche in campo, col capitano croato Zvonimir Boban che prende a pedate un poliziotto. Viene in mente lo psichiatra Radovan Karadzic, leader dei serbo-bosniaci, già medico sportivo della Stella Rossa e così ossessionato dal pallone che durante la latitanza di criminale di guerra riesce ad andare a San Siro. Oppure la partita tra Serbia-Montenegro e Bosnia nel 2005 a Belgrado, quando mezzo stadio parte a scandire “hvala Ratko”, grazie Ratko Mladic. E lui, il macellaio di Srebrenica, dov’era? Esattamente lì, allo stadio a tifare contro i “turchi”. Lo avevano scoperto – troppo tardi – gli agenti al servizio della procuratrice del tribunale dell’Aia, Carla Del Ponte. “Però vi siete dimenticati che c’è anche il nostro calcio, il nostro Guber, la nostra resistenza attiva”, interviene Faruk, malinconico e ottimista, mentre fa ripartire l’inno dall’amplificatore. Ok Faruk, però che cosa accadde allora? Com’è che finì la meravigliosa eresia del Guber multietnico? Gli sguardi si fanno vaghi, le risposte sono forse indicibili. Nessuno vuole parlare di come in poche ore si separarono i destini di quei compagni di squadra, musulmani e serbi, quando su Srebrenica calò dalle valli come un gas nervino l’odio fratricida. Quando il campo divenne il bivacco dei paramilitari di Arkan.

 

Com’era andata nel dopoguerra me l’ha invece raccontato Damir Bektić, l’imam di Srebrenica. “Quando le prime famiglie di musulmani cominciarono a rientrare, intorno al 2002, ricordo che i bimbi serbi giocavano in una metà del campo e i bosgnacchi nell’altra, e sai come funziona fra ragazzini… la palla finiva spesso dall’altra parte, all’inizio veniva restituita malamente, poi passata meglio, qualche accenno di dribblig, finché finirono per giocare la prima partitella… A una squadra mancava il portiere, l’altra aveva bisogno di una punta. E per vincere bisogna scambiarsi la palla, quando si segna ci si abbraccia”. Rientrarono anche gli ex biancocelesti degli anni Ottanta. Il vecchio portiere Jusuf Maladzic, l’eroe di Podgorica, un giorno lo videro che sistemava le reti delle porte. Da Tuzla tornò anche Nermin, il Giaguaro, per seppellire il padre, identificato tra le vittime del luglio ‘95. E prese una decisione storica. Insieme a un ex calciatore serbo nel 2005 rifondò il FK Guber 1924, mettendo nero su bianco nello statuto l’impegno a continuare ad essere un club per tutti, nonostante a Dayton avessero di fatto accettato la pulizia etnica imposta dalle milizie di Karadzic e Mladic col sangue e incluso Srebrenica nella componente serba della Bosnia, nonostante le fosse comuni nel circondario non smettessero di restituire migliaia di resti umani, nonostante e i musulmani fossero diventati minoranza etnica a casa loro. Per i primi fondi andarono a bussare in Olanda, il paese messo alla gogna internazionale per le gravi responsabilità dei suoi caschi blu negli eventi che portarono al genocidio. Si scoprì che il governo olandese aveva addirittura risarcito il Dutchbat Onu “per lo stress post traumatico”. Pagassero quindi almeno le docce e quel che serviva all’iscrizione al campionato.

“Sono certo che il babbo sarebbe stato anche lui tra i rifondatori al fianco di Nermin, così come mi raccontano che erano stati una coppia micidiale all’attacco prima della guerra, negli anni del grande Guber”, mi dice Irvin, 38 anni, figlio di Muharem Mujcic, detto Muke, quello che nella foto si protegge gli occhi dal sole con la mano e mai più ritrovato dopo il piombo del luglio ‘95. Il Guber abita i suoi primi ricordi, lui che va alla partita col nonno, dotato di sgabellino pieghevole per il nipote, il papà che lucida gli scarpini o che allena amorevolmente i pulcini. Irvin vive oggi nella foresta. Per incontrarlo bisogna salire da Srebrenica fino alla groppa del monte Kak, e poi al villaggio di Kasapic, una ventina di case abbandonate, divorate dall’edera e dai rovi, i tetti sfondati. Restano i buchi delle granate e il nero degl’incendi. I ruderi sembrano vasi giganti di pietra da cui spuntano le chiome degli alberi nati dopo la guerra. Sparse sui poggi di Kasapic vivevano duecento persone, i loro nomi sono scritti nel marmo all’ingresso dell’abitato. Irvin dice che stanno fuori dal conteggio degli ottomila del genocidio. “Prima che partissimo nel 1992, Srebrenica contava trentottomila persone, ora ufficialmente sarebbero undicimila, ma di abitanti veri nel distretto saremo non più di cinquemila. Nessuno vuole vivere in un cimitero”. Ma Irvin, come i reduci e sopravvissuti del Guber, ha deciso di sfidare i fantasmi. Nel mezzo della foresta ha costruito con le sue mani un villaggio in legno e pietra, ospita soprattutto studenti che arrivano da tutta Europa, per offrire loro un’idea nuova di Srebrenica, combinando il culto della memoria con l’immersione nella spropositata bellezza della natura in questo angolo di Bosnia. “L’unico modo di chiudere una guerra è quello di ricostruire, è questo il compito della mia generazione. Come hanno fatto quelli del Guber, trasformare il dolore in azione. Questa ultima partita di campionato rappresenta proprio questo, mantenere una promessa di speranza”. Irvin è tornato per riprendere il filo dell’esistenza ed elaborare un lutto che, da esule, lo ingolfava di dolore. Con la madre, il fratello e la sorella erano riparati in Italia nei primi giorni di guerra, aprile 92. Aveva cinque anni. “Quando salutammo papà, eravamo sicuri che ci saremmo rivisti dopo qualche settimana, la guerra in Bosnia non poteva durare, figurarsi a Srebrenica poi, dove non c’era mai stato un problema, pensa che deteneva il record dei matrimoni misti. Papà era rimasto a presidiare la casa. Era tutto quel che avevamo”. Racconta che si tenevano in contatto utilizzando le frequenze dei radioamatori: “Si parlava di calcio, mi chiedeva degli allenamenti nella squadra dove giocavo nel Bresciano. Ai mondiali del 1994 tifava Italia, pensando a noi. Con un paio di amici seguiva le partite importanti trasportando un televisore in spalla in cima al monte dove c’era un ripetitore, rischiavano la morte”. Il Guber non c’era più, ma a Srebrenica si palleggiava e si crossava lo stesso. Una delle peggiori stragi prima del genocidio avvenne al campetto di cemento davanti alle scuole, all’ingresso del centro abitato. “Era l’aprile del 1993, Srebrenica era stata dichiarata zona sicura, ma mancava ancora la risoluzione dell’Onu. I ragazzi si sentivano appunto già al sicuro, e avevano organizzato un torneo. C’erano cinquecento studenti. I serbi esplosero due granate e fecero oltre 60 morti”.

 

La città era stata sin dal ’92 un intralcio nei piani di Karadzic e Mladic, un’isola di terra nemica nel cuore della Republika Srbska: ogni tentativo di prenderla era stato respinto dalla milizia musulmana al comando di un uomo coraggioso quanto spietato, Naser Orić, ex guardia del corpo preferita da Milosevic. Il 7 gennaio ’93, Natale ortodosso, Orić e i suoi compiono un’incursione a sorpresa nelle valli sterminando molte centinaia di civili serbi e bruciando interi villaggi. La ritorsione è devastante, Srebrenica già allo stremo si riempie di rifugiati dall’intera regione orientale. Mladic impone il blocco di ogni aiuto umanitario. L’area dovrebbe essere una save zone Onu. Mese dopo mese, anno dopo anno aumenta il numero dei rifugiati, nel ’95 sono forse quarantamila. Fuggiti a Srebrenica per salvarsi la pelle. Invece Srebrenica diventa la loro trappola. Un lager. L’Europa era al mare quel luglio di 30 anni fa, la Bosnia non faceva più notizia, la guerra stava finendo. Bruxelles, le Nazioni Unite, la Nato? Solamente anni dopo hanno parlato le inchieste, sappiamo che si è lasciato che il massacro avvenisse. Ci sono i filmati dove il generale francese Philip Morillon, capo dei caschi blu, dice ai disperati: “Tranquilli, sarete protetti”. Fu la cronaca di uno sterminio annunciato. Gli olandesi stanno a guardare. Abusano delle donne, bevono grappa coi paramilitari serbi della Skorpion. Quando l’11 luglio ‘95 le truppe di Mladic occupano l’enclave, la gente terrorizzata si riversa nella sede dei Caschi blu. “Difendeteci”, implorano, “voi ci avete preso le armi, dunque voi ci difendete ora”. Ma i soldati Onu dichiarano la loro impotenza. Non hanno l’autorizzazione a sparare. E il panico si diffonde. Mladic convoca in un albergo due ufficiali olandesi, per intimidirli fa sgozzare un maiale nel cortile appena fuori la sala. Ha tutto ciò che vuole: la consegna dei maschi validi, persino la benzina per evacuarli. La gente è ammassata attorno alla sede dell’Onu a Potocari, periferia di Srebrenica, dove oggi sorge il memoriale. Gli uomini vengono portati via, caricati sui camion. A Irvin hanno raccontato che il papà era partito per i boschi insieme al fratello, poi ha cambiato idea: “Quel che succederà agli altri, che succeda anche a me”, avrebbe detto. Forse poteva salvarsi, chissà. “Ho saputo pure che stava con un gruppo di compaesani, poi uno dei paramilitari lo riconobbe, era uno con cui aveva giocato contro col Guber. ‘Ehei, Muke, come te la passi? Dai, alla svelta, sali sul camion’ – e lui è salito. Questo è quel che mi è stato riferito”.

Srebrenica continua ad essere un’isola di terra nemica in Republika Srbska. Ci sono quattro moschee, ma nessuno sa spiegarmi perché non si ascolta mai, nemmeno il venerdì, la chiamata alla preghiera del muezzin, mentre risuonano le campane della chiesa ortodossa. La convivenza sembra reggersi su equilibri insondabili. A differenza di altri centri lungo la statale che costeggia la Drina, le strade di Srebrenica sono presidiate dal tricolore serbo che sventola sui lampioni. Meno del 10 per cento dei poliziotti sono musulmani, e così alle poste e nelle scuole. “Siamo ospiti sgraditi, questa è la realtà”, mi dice un dirigente del Guber. “Srebrenica è stata consegnata nelle mani di gente che ha commesso crimini, molti ex miliziani sono ora ufficiali di polizia o funzionari pubblici. D’altronde i numeri parlano chiaro: ci furono circa ventimila persone nella regione che presero parte in vario modo al genocidio. L’esperienza del Guber insegna: qui viviamo insieme solo grazie a noi persone comuni, musulmani e ortodossi”. L’ex sindaco fino all’ultimo giorno di mandato ha negato il genocidio, che è il mantra di Banja Luka, la capitale della Republika Srbska, a partire dal leader Milorad Dodik, fantoccio di Belgrado e anche di Vladimir Putin, usato come un timer per far saltare gli equilibri di Dayton al momento opportuno: “Ma quale genocidio, è un mito fabbricato, non ne avevano uno e l’hanno fabbricato”, dice.

I ragazzi del Guber hanno fatto una gran partita, la stagione è salva, l’aquila gioca ancora con le correnti d’aria, altissima sopra il campo. Per festeggiare ci si muove solo di poche centinaia di metri, al motoraduno organizzato ogni fine primavera dall’Argentum, il club dei centauri di Srebrenica - che i romani chiamavano Argentaria per via delle miniere. Anche loro sono rinati nel 2005 come il Guber, e con lo stesso spirito “della resistenza attiva” di cui mi ha parlato Faruk. Sul grande prato ci saranno un migliaio di moto, targhe croate, slovene, bosniache, e molte sono serbe. Rock durissimo, odore di griglia, di grappa e di vecchia federazione jugoslava. Azra e Mustafa Husejnović arrivano dall’Olanda dove si sono ricostruiti una vita, hanno due figli e mestieri importanti. Ritornano a Srebrenica più volte l’anno “per caricare le batterie e per sentirci vivi”, mi dicono. “Solo qui proviamo davvero che cosa vuol dire la pace”. Mustafa ha perso quasi cento parenti nel ’95, stanno tutti al sacrario, incluso lo zio Salko Hublić, detto Hegel, il terzino del Guber che sorride seduto sui calcagni nella foto accanto al babbo di Irvin. Salta fuori che in Olanda hanno un amico biker che era nel Dutchbat 30 anni fa nello scannatoio di Potocari. “Non è stato facile condividere le nostre storie, ma ora siamo legatissimi. Non vuole venire al raduno, però quando ritorniamo gli facciamo vedere le foto e si commuove, anche a lui piangere dà energia”, dice Azra. “In fondo quei soldati olandesi erano impotenti, non potevano fare molto di più, no?. Chi non ha agito stava nelle grandi capitali con un cocktail in mano”.

Chiedo qual è la ricetta per essere ciò che sono. Azra guarda Mustafa negli occhi per trovare la risposta: “Essere più forti del dolore, rimanere esseri umani”.

 

*Marzio G. Mian ha svolto inchieste e reportage in 58 paesi del mondo per i media italiani e internazionali. Nel 2023 ha ottenuto a Berna il True Story Award, premio per il miglior reportage internazionale.

Collabora con “Internazionale”, “L’Espresso”, Rai, Sky Italia, “Harper’s Magazine”, “Reportagen”, “Revue XXI”, “Le Temps”, “Neue Zürcher Zeitung”. È tra i giornalisti affiliati al Pulitzer Center di Washington.  Apertamente ha pubblicato di recente I sogni di Irvin, scritto assieme a Francesco Battistini dal libro Maledetta Sarajevo