
di Andrea Bellavite
Il Sole ieri mattina, intorno alle 4, si è fermato (solis statio) e subito dopo ha iniziato il suo percorso di ritorno. Le ore di luce da qui a Natale saranno sempre meno, anche se per percepire le conseguenze dei raggi ci vorranno ancora un paio di mesi.
E' l'estate nell'emisfero nord di questo meraviglioso e drammatico Pianeta, che ruota su sé stesso e intorno al Sole ininterrottamente. Ed è tanto importante per noi esseri umani questo movimento che abbiamo dato alla rotazione il nome "giorno" e alla rivoluzione il nome "anno".
E' una pallina minuscola nel Sistema Solare, un granello di polvere invisibile nella Galassia, uno dei miliardi di miliardi di corpi celesti che fluttuano nell'universo, sospinti su un biliardo incommensurabile da un Giocatore appassionato di energie gravitazionali.
Siamo piccolissimi e fragili, in balia delle incontrollabili potenze che ci sovrastano e ci circondano. Invece di unirci in una sola Terra, ci impegniamo a sottrarre lo spazio e il tempo della vita degli esseri umani. Soffochiamo nel nulla l'anelito all'essere, inventiamo ordigni orrendi di ogni tipo per farci del male. L'uomo delle caverne uccideva con la clava il suo vicino di grotta per sottrargli quel poco che aveva, gli invincibili rimani preferivano la Legione, imbattibile con le sue lance e gli scudi, qualcuno poi inventò la polvere da sparo e si intuì subito che le cose non sarebbero finite bene, il 6 agosto 1945 iniziò una nuova era e per la prima volta dal magmatico formarsi del pianeta l'Uomo può distruggere tutto ciò che vive, compreso sé stesso. Premendo semplicemente un bottoncino..
"Uh, che pessimista!" Commenterebbe Bruno Bozzetto! "No, realista", rispondo io. Ma non privo di Speranza, perché convinto che ce la possiamo ancora fare a salvare il tutto. Basterebbe solo invertire la rotta, come il Sole al solstizio. Cominciando con lo smantellare, ovunque e in ogni angolo della Terra, le bombe atomiche e poi via via tutto il resto, trasformando le lanci in falci e i carrarmati in pacifici autobus per portare tutte le persone del mondo a scoprire la bellezza dell'arte e della natura. In una piccola ma stupenda casa che appartiene a tutti e a ciascuno, nessuno, ma proprio nessuno, escluso.
Buona estate, allora!

Si è svolto il 7 maggio presso le strutture dell’ex Valico Confinario di S.Andrea – Centro polifunzionale SDAG il primo evento del Progetto CREW, Visioni Incrociate - un momento significativo di confronto, con la partecipazione di alcuni protagonisti della trasformazione delle aree di confine in spazi di aggregazione sociale e culturale per le comunità transfrontaliere.
L’obbiettivo del progetto è la ripianificazione delle aree confinarie e l’apertura degli spazi rinnovati alla cittadinanza e alle associazioni culturali del territorio.
L’evento ha rappresentato un importante momento di confronto tra alcuni degli attori coinvolti nella trasformazione delle aree di confine in luoghi di aggregazione sociale e culturale al servizio delle comunità transfrontaliere.
Durante la giornata è stata presentata l’opera di Andrea Antoni, autore dei graffiti realizzati per il progetto: un primo segnale tangibile della sua evoluzione.
Il prossimo appuntamento è previsto per giugno, con l’avvio della rassegna culturale e l’inaugurazione del nuovo spazio espositivo.
Il progetto CREW è co-finanziato dall'Unione europea nell'ambito del Programma Interreg Italia-Slovenia

Venerdì 9, alle 18, presso l’ agriturismo Fruske- Osmica Boris a Duino località Medeazza-Medjevas, Veit Heinichen, presenterà il suo ultimo libro A maglie strette, Edizioni e/o, uscito recentemente nella versione italiana. L’iniziativa è promossa dall’Associazione culturale Apertamente.
Tra gli scrittori europei di noir di maggior successo, Veit Heinichen, autore tedesco che vive ormai da molti anni a Trieste, ambienta le sue inchieste politicamente scomode e coraggiose in una città dove il noir nordico incontra quello mediterraneo.
Hinichen, prima di stabilirsi definitivamente a Trieste agli inizi del 2000, ha collaborato con diversi editori internazionali a Zurigo, Francoforte e Berlino. Nel 1994 è stato cofondatore della casa editrice Berlin Verlag di Berlino ,diverse volte premiata come Casa editrice dell'anno in Germania.
L’autore sarà introdotto dal giornalista Marko Marinčič e da Paolo Polli de Il libro delle 18.03.
Veit Heinichen je nemški pisatelj, ki že vrsto let živi v Trstu, in se zanesljivo uvršča med najuspešnejše sodobne pisce kriminalk v Evropi. Dogajanje njegovih romanov je postavljeno v Trst in bližnjo okolico, kjer se v njegovih delih elementi nordijske kriminalistične tardicije spajajo z elementi mediteranskega prostora in kulture. Pisatelj se pogumno loteva tudi politično kočljivih tem in nečednih poslov oblastnikov in poslovnežev, pri katerih se fikcija prepleta tudi z realno stvarnostjo.
Preden se je v začetku leta 2000 za stalno naselil v Trstu, je Heinichen sodeloval z več mednarodnimi založniki v Zürichu, Frankfurtu in Berlinu. Leta 1994 je v Berlinu soustanovil založbo Berlin Verlag, ki je bila večkrat nagrajena kot založba leta v Nemčiji.
Avtorja bosta predstavila novinar Marko Marinčič in Paolo Polli iz društva Knjiga ob 18.03.

Intervista a Marzio Mian di Mario Brandolin
Un reportage sulla Russia di oggi seguendo il corso del suo fiume più importante e rappresentativo, il Volga. Questo è Volga blues (ed.Feltrinelli Gramma) da poco in libreria. L’ha scritto il giornalista Marzio G. Mian, friulano di Fanna, reporter giramondo per professione in oltre 50 paesi del mondo per media italiani e internazionali, che lo presenta in un incontro organizzato dall’Associazione Il Libro delle 18.03 il 27 aprile alle 11.03 a Villa Codelli di Mossa (Go). Un viaggio, quello narrato da Mian, attraverso spazi e città nei quali si è scandita la storia di questa nazione, sin dai suoi albori. E che oggi ne riflettono con altrettanta forza la problematicità tra un passato ingombrante e un presente carico di incognite. Un volume e un reportage quanto mai attuali nel cercare di capire “che cosa vuol dire essere russi al tempo dell’offensiva neo-imperiale di Putin”, attraverso il racconto di numerosi incontri con imprenditori, religiosi, mercenari e intellettuali. Abbiamo chiesto a Mian, dopo un viaggio durato un mese, che idea si è fatta della Russia di oggi, in guerra intanto con l’Ucraina e poi si vedrà? “Ho avuto delle conferme e delle smentite. Conferme soprattutto riguardo al consenso che oggi c’è in Russia, più di due anni fa quando andai lì allo scoppio della guerra con l’Ucraina e c’era un disagio generale, un disorientamento rispetto all’azione bellica nei confronti di un paese che è comunque percepito come paese fratello. Oggi c’è un consenso che non riguarda tanto la guerra in Ucraina quanto l’azione generale di Putin. L’aver cioè innescato un processo di scardinamento dell’ordine internazionale per una nuova centralità della Russia. Con la consapevolezza che l’Occidente è diventato un nemico da combattere, cui la Russia ha girato le spalle.”Che cosa è la passionarnost, questa costante nel tempo dell’anima russa sulla quale anche Putin oggi fa leva? “La capacità dei russi di sopportare delle sofferenze, anche sacrificarsi nel nome di un mondo che parla prega pensa in russo, una visione del mondo. Una specie di manifesto scritto in cirillico.” Lei cita, su segnalazione di uno dei suoi interlocutori, una frase dello scrittore ottocentesco Saltykov-Ščedrin: “Svegliatemi tra cent’anni, chiedetemi che cosa sta succedendo in Russia e vi risponderò: si ruba, si beve e si fa la guerra.” E’ proprio così? “Sono quelle frasi ad effetto che vogliono sottolineare quasi la circolarità della storia russa, di un ritorno di certe dinamiche. In particolare della smuta, ossia quel tempo di caos incertezze e torbidi che si è ripresentato spesso nel corso dei secoli in Russia, a partire dal dopo Ivan il terribile per arrivare sino alla crisi degli anni ’90, seguita al crollo dell’Unione Sovietica. Con la percezione che il paese sia in pericolo. E questo è molto presente: la paura più grande per i russi è che la Russia possa subire un crollo, disgregarsi; è una paura antica che corrisponde anche alla bulimia di terra della Russia e contemporaneamente c’è la percezione della sua fragilità. È quasi un’ossessione, una paranoia: da qui il bisogno dell’uomo forte e la convinzione che la democrazia non può essere sufficiente a garantire quel mondo.” Lei ha definito questo libro e il viaggio come un azzardo. “ E’ stato così, perché non avevo il visto giornalistico e quindi mi muovevo a mio rischio e pericolo. Il libro, che uscirà anche in molti altri paesi, è lo sviluppo di un reportage scritto per Harpers che nei giorni scorsi ha avuto la candidatura al Pulitzer, perché è l’unica testimonianza sulla Russia in questo momento.” Ma azzardo anche perché pone delle domande sul “nostro” mondo, di noi occidentali, sulla “nostra” libertà. “Cercare delle risposte in Russia ha innescato delle domande, in particolare sulla chiusura tra noi e i russi, in questo che è a tutti gli effetti uno scontro di civiltà. Frutto dell’idea che i russi hanno di noi, di un occidente in crisi e fragile, anche vittima di una cultura che abbatte le statue, si autoincrimina per il passato. Per cui la nostra sola forza pare quella delle armi, dell’azione della NATO sulla quale solo in America sembra esserci stato un’analisi critica anche di denuncia delle responsabilità della NATO nell’aver in parte contribuito a innescare la guerra. Fermo restando che quello di Putin contro l’Ucraina è un atto criminale.” “Alla casa di Fanna, patria d’incanto e calicanto”, così la dedica del libro…“E’ la piccolissima patria nella piccola patria del Friuli, è il mondo che mi ha permesso di immaginarmi in giro per il mondo. Faccio fatica a ricordare, ad esempio, viaggi anche recenti. Ma del primo viaggio, quello con mia zia sulla littorina verso a Sacile, ricordo tutto. Tanto che dopo una galleria mi sembrava di essere in America. Un mondo cui sono affezionato e cui era giusto rendere omaggio.”
Mario Brandolin